Qualcuno mi aveva avvertito, ma il sottoscritto, quando sceglie qualcosa ci mette un bel po' prima di ricredersi.
E' passato quasi un mese, da quando i signori di Dada hanno messo le loro deliziose zampettine sul dominio clarence.com, mandando all'aria il qui semi-defunto blog.
Ecco uno dei limiti alle gratis-piattaforme.
Ho scritto, ri-scritto, scritto ancora e ancora.
Mi hanno risposto in perfetto stile cordial-burocratico che il mio blog è raggiungibile all'indirizzo skunk.blog.dada.net, che solo a pensare di scriverlo ti sono già arrivate sette telefonate urgenti.
Che volete, ho poco tempo e sono una personcina gentile, quindi continuo a scrivere, prima o poi si stuferanno e mi cacceranno definitivamente.
Cribbio, devo fare un backup.
Il mio, dev'essere rimasto uno degli ultimi blog dopo il crack causato dal cambio di piattaforma, credevo che la stoica resistenza, nonostante i disservizi e il silenzio biennale avrebbero contato qualcosa, per questo, ho addirittura partecipato alla fase di beta-testing della nuova struttura.
E' questo il modo di ringraziare!??
Non aggiornate gli indirizzi o mi restituiscono il buon vecchio skunk.clarence.com, che nel frattempo google ha sputato come una ciliegia marcia o mi toccherà emigrare in altri luoghi meno isterici.
Hey lassù, c'è nessuno-oo?
Caro Presidente, scrivo a Lei, e attraverso Lei mi rivolgo anche a quei cittadini che avranno la possibilità di ascoltare queste mie parole, questo mio grido, che non è di disperazione, ma carico di speranza umana e civile per questo nostro Paese. Fino a due mesi e mezzo fa la mia vita era sì segnata da difficoltà non indifferenti, ma almeno per qualche ora del giorno potevo, con l'ausilio del mio computer, scrivere, leggere, fare delle ricerche, incontrare gli amici su internet. Ora sono come sprofondato in un baratro da dove non trovo uscita. La giornata inizia con l'allarme del ventilatore polmonare mentre viene cambiato il filtro umidificatore e il catheter mounth, trascorre con il sottofondo della radio, tra frequenti aspirazioni delle secrezioni tracheali, monitoraggio dei parametri ossimetrici, pulizie personali, medicazioni, bevute di pulmocare. Una volta mi alzavo al più tardi alle dieci e mi mettevo a scrivere sul pc. Ora la mia patologia, la distrofia muscolare, si è talmente aggravata da non consentirmi di compiere movimenti, il mio equilibrio fisico è diventato molto precario. A mezzogiorno con l'aiuto di mia moglie e di un assistente mi alzo, ma sempre più spesso riesco a malapena a star seduto senza aprire il computer perchè sento una stanchezza mortale. Mi costringo sulla sedia per assumere almeno per un'ora una posizione differente di quella supina a letto. Tornato a letto, a volte, mi assopisco, ma mi risveglio spaventato, sudato e più stanco di prima. Allora faccio accendere la radio ma la ascolto distrattamente. Non riesco a concentrarmi perché penso sempre a come mettere fine a questa vita. Verso le sei faccio un altro sforzo a mettermi seduto, con l'aiuto di mia moglie Mina e mio nipote Simone. Ogni giorno vado peggio, sempre più debole e stanco. Dopo circa un'ora mi accompagnano a letto. Guardo la tv, aspettando che arrivi l'ora della compressa del Tavor per addormentarmi e non sentire più nulla e nella speranza di non svegliarmi la mattina. Io amo la vita, Presidente. Vita è la donna che ti ama, il vento tra i capelli, il sole sul viso, la passeggiata notturna con un amico. Vita è anche la donna che ti lascia, una giornata di pioggia, l'amico che ti delude. Io non sono né un malinconico né un maniaco depresso - morire mi fa orrore, purtroppo ciò che mi è rimasto non è più vita - è solo un testardo e insensato accanimento nel mantenere attive delle funzioni biologiche. Il mio corpo non è più mio ... è lì, squadernato davanti a medici, assistenti, parenti. Montanelli mi capirebbe. Se fossi svizzero, belga o olandese potrei sottrarmi a questo oltraggio estremo ma sono italiano e qui non c'è pietà. Starà pensando, Presidente, che sto invocando per me una "morte dignitosa". No, non si tratta di questo. E non parlo solo della mia, di morte. La morte non può essere "dignitosa"; dignitosa, ovvero decorosa, dovrebbe essere la vita, in special modo quando si va affievolendo a causa della vecchiaia o delle malattie incurabili e inguaribili. La morte è altro. Definire la morte per eutanasia "dignitosa" è un modo di negare la tragicità del morire. È un continuare a muoversi nel solco dell'occultamento o del travisamento della morte che, scacciata dalle case, nascosta da un paravento negli ospedali, negletta nella solitudine dei gerontocomi, appare essere ciò che non è. Cos'è la morte? La morte è una condizione indispensabile per la vita. Ha scritto Eschilo: "Ostico, lottare. Sfacelo m'assale, gonfia fiumana. Oceano cieco, pozzo nero di pena m'accerchia senza spiragli. Non esiste approdo". L'approdo esiste, ma l'eutanasia non è "morte dignitosa", ma morte opportuna, nelle parole dell'uomo di fede Jacques Pohier. Opportuno è ciò che "spinge verso il porto"; per Plutarco, la morte dei giovani è un naufragio, quella dei vecchi un approdare al porto e Leopardi la definisce il solo "luogo" dove è possibile un riposo, non lieto, ma sicuro. In Italia, l'eutanasia è reato, ma ciò non vuol dire che non "esista": vi sono richieste di eutanasia che non vengono accolte per il timore dei medici di essere sottoposti a giudizio penale e viceversa, possono venir praticati atti eutanasici senza il consenso informato di pazienti coscienti. Per esaudire la richiesta di eutanasia, alcuni paesi europei, Olanda, Belgio, hanno introdotto delle procedure che consentono al paziente "terminale" che ne faccia richiesta di programmare con il medico il percorso di "approdo" alla morte opportuna. Una legge sull'eutanasia non è più la richiesta incomprensibile di pochi eccentrici. Anche in Italia, i disegni di legge depositati nella scorsa legislatura erano già quattro o cinque. L'associazione degli anestesisti, pur con molta cautela, ha chiesto una legge più chiara; il recente pronunciamento dello scaduto (e non ancora rinnovato) Comitato Nazionale per la bioetica sulle Direttive Anticipate di Trattamento ha messo in luce l'impossibilità di escludere ogni eventualità eutanasica nel caso in cui il medico si attenga alle disposizioni anticipate redatte dai pazienti. Anche nella diga opposta dalla Chiesa si stanno aprendo alcune falle che, pur restando nell'alveo della tradizione, permettono di intervenire pesantemente con le cure palliative e di non intervenire con terapie sproporzionate che non portino benefici concreti al paziente. L'opinione pubblica è sempre più cosciente dei rischi insiti nel lasciare al medico ogni decisione sulle terapie da praticare. Molti hanno assistito un famigliare, un amico o un congiunto durante una malattia incurabile e altamente invalidante ed hanno maturato la decisione di, se fosse capitato a loro, non percorrere fino in fondo la stessa strada. Altri hanno assistito alla tragedia di una persona in stato vegetativo persistente. Quando affrontiamo le tematiche legate al termine della vita, non ci si trova in presenza di uno scontro tra chi è a favore della vita e chi è a favore della morte: tutti i malati vogliono guarire, non morire. Chi condivide, con amore, il percorso obbligato che la malattia impone alla persona amata, desidera la sua guarigione. I medici, resi impotenti da patologie finora inguaribili, sperano nel miracolo laico della ricerca scientifica. Tra desideri e speranze, il tempo scorre inesorabile e, con il passare del tempo, le speranze si affievoliscono e il desiderio di guarigione diventa desiderio di abbreviare un percorso di disperazione, prima che arrivi a quel termine naturale che le tecniche di rianimazione e i macchinari che supportano o simulano le funzioni vitali riescono a spostare sempre più in avanti nel tempo. Per il modo in cui le nostre possibilità tecniche ci mantengono in vita, verrà un giorno che dai centri di rianimazione usciranno schiere di morti-viventi che finiranno a vegetare per anni. Noi tutti probabilmente dobbiamo continuamente imparare che morire è anche un processo di apprendimento, e non è solo il cadere in uno stato di incoscienza. Sua Santità, Benedetto XVI, ha detto che "di fronte alla pretesa, che spesso affiora, di eliminare la sofferenza, ricorrendo perfino all'eutanasia, occorre ribadire la dignità inviolabile della vita umana, dal concepimento al suo termine naturale". Ma che cosa c'è di "naturale" in una sala di rianimazione? Che cosa c'è di naturale in un buco nella pancia e in una pompa che la riempie di grassi e proteine? Che cosa c'è di naturale in uno squarcio nella trachea e in una pompa che soffia l'aria nei polmoni? Che cosa c'è di naturale in un corpo tenuto biologicamente in funzione con l'ausilio di respiratori artificiali, alimentazione artificiale, idratazione artificiale, svuotamento intestinale artificiale, morte-artificialmente-rimandata? Io credo che si possa, per ragioni di fede o di potere, giocare con le parole, ma non credo che per le stesse ragioni si possa "giocare" con la vita e il dolore altrui. Quando un malato terminale decide di rinunciare agli affetti, ai ricordi, alle amicizie, alla vita e chiede di mettere fine ad una sopravvivenza crudelmente 'biologica' - io credo che questa sua volontà debba essere rispettata ed accolta con quella pietas che rappresenta la forza e la coerenza del pensiero laico. Sono consapevole, Signor Presidente, di averle parlato anche, attraverso il mio corpo malato, di politica, e di obiettivi necessariamente affidati al libero dibattito parlamentare e non certo a un Suo intervento o pronunciamento nel merito. Quello che però mi permetto di raccomandarle è la difesa del diritto di ciascuno e di tutti i cittadini di conoscere le proposte, le ragioni, le storie, le volontà e le vite che, come la mia, sono investite da questo confronto. Il sogno di Luca Coscioni era quello di liberare la ricerca e dar voce, in tutti i sensi, ai malati. Il suo sogno è stato interrotto e solo dopo che è stato interrotto è stato conosciuto. Ora siamo noi a dover sognare anche per lui. Il mio sogno, anche come co-Presidente dell'Associazione che porta il nome di Luca, la mia volontà, la mia richiesta, che voglio porre in ogni sede, a partire da quelle politiche e giudiziarie è oggi nella mia mente più chiaro e preciso che mai: poter ottenere l'eutanasia. Vorrei che anche ai cittadini italiani sia data la stessa opportunità che è concessa ai cittadini svizzeri, belgi, olandesi.
Piergiorgio Welby, Co-Presidente dell'Associazione Luca Coscioni, malato di distrofia muscolare.
l'audiovideo della lettera aperta (Fallo girare!)
Intravedo in lontananza una remota possibilità che per quest'anno il campionato italiano di calcio non venga giocato.
Piccoli passi verso un luminoso avvenire.
E' imminente il voto sul provvedimento d'indulto, che interessa circa 10.000 detenuti, in maggioranza extra-comunitari (molti non parlano nemmeno la nostra lingua, e tra questi c'è chi si toglie la vita perché non ha ancora capito che fine dovrà fare) o persone che non possono permettersi un avvocato.
Nelle nostre carceri, ci sono circa 20.000 persone in più di quanto gli istituti potrebbero ospitarne, per questo motivo il nostro paese è sotto provvedimento disciplinare da parte dell'UE e nel mirino delle maggiori organizzazioni umanitarie, come Amnesty International.
I provvedimenti d'indulto devono ottenere il consenso dei 2/3 del parlamento, Forza Italia, sfruttando l’occasione, ha chiesto ed ottenuto l'inserimento dei reati finanziari nella lista interessata. Ogni commento è superfluo.
Ora, ignorando, nonostante il clamore, tutte le balle di Marco Travaglio, Pancho Pardi, Antonio di Pietro, Leoluca Orlando (fantastica la disquisizione sul voto di scambio, lui, eletto sindaco di Palermo con il 75,2% dei voti) e forcaiolistica varia, vorrei limitarmi a due osservazioni, anzi tre.
- Non confondiamo il reato con la pena, l'indulto interviene sulla seconda, ad esempio, chi è stato interdetto dai pubblici uffici, lo rimarrà, chi non ha subito una condanna, non otterrà alcun beneficio.
- L'indulto non è un provvedimento nato con obiettivi umanitari o caritatevoli, ma come misura sanzionatoria del fallimento di tutti i governi precedenti, nell'assoluta e non più reinviabile emergenza carcere.
- Evocare il nome di Cesare Previti, tanto per offrire alla folla urlante l'immagine strumentale del malaffare, offrendolo in pasto alla rabbia popolare è un operazione sporca e vergognosa, Previti non è in carcere, sconta la sua condanna agli arresti domiciliari, nel suo attico romano, che può abbandonare per più volte al giorno.
Chiedete ad un carcerato quanti previti ha avuto come compagno di cella, vi risponderà con un'alzata di spalle, perché chi commette reati finanziari, in genere può permettersi avvocati molto abili, e il carcere per lui, è al massimo una residenza temporanea.
Ministro di Pietro, lei sbandiera la moralità come un randello, sparla di diritto come e quando le fa comodo, e predilige i doppi ruoli, prima indagante e debitore ora ministro e manifestante.
Se lo dia lei un bel colpo di spugna, si dimetta, risparmierà a tutti l'imbarazzo.
Che gli ultimi eredi della monarchia italiana non ci avrebbero entusiasmato per nobiltà e retaggio, ne eravamo certi. Quando alla fine del lungo e sofferto esilio, accolti con un misto tra indifferenza e noia, Emanuele Filiberto di Savoia ci apparve nei teleschermi, impegnato a promuovere le cipolline della Saclà, anche i più irriducibili sostenitori dei Reali furono attanagliati dal disgusto e dallo scoramento.
Nessuno stupore, un paio di considerazioni esterne alla vicenda.
Le intercettazioni telefoniche, pubblicate sui giornali, sono una porcata. Chiunque coinvolgano.
Pasto per il popolino sempre affamato d'illustri da decadere, stanno a testimoniare più la debolezza di una certa magistratura che i tristi epiloghi dei potenti. E' come se, senza il furor di popolo, la delazione, la cultura del sospetto e dell'intrigo di palazzo, questo paese sia assolutamente incapace di far rispettare la legalità.
Tutti sanno più o meno tutto, ma fingendo di non sapere, attendono che tutti sappiano, per unirsi al coro dei sapienti accusatori. Tipico di uno stato confessionale quale ci avviamo a divenire, dove la confessione e il pubblico lubridio sostituiscono medianicamente, indagini e sentenze.
Prenderanno provvedimenti? Certo, vedremo presto qualche proposta di legge in questo senso, ma tra servette spione, magistratura e stampa, chi credete che sarà l'interessato dal divieto?
Domanda retorica, non verrà certo indebolito l'insostituibile strumento del ricatto, semplicemente ne verrà vietata la pubblicazione, con severissime pene.
La seconda considerazione non tocca certo il frasario pecoreccio con il quale, recentemente, abbiamo dovuto ri-considerare una certa parte del jet-set calcio-politico-affaristico, nessuno se ne è stupito più di tanto, il popolino, specie in questo paese, è piuttosto abituato e avvezzo alla raccomandazione, al suo prezzo inconfessabile, o qualcuno davvero ancora pensa che le galline semi-parlanti stiano in tv perché hanno talento e voglia-di-fare???
Piuttosto, invece di riempirsi la bocca di parole come valori, morale, famiglia, tradizioni, civiltà, etcetera, vogliamo smettere di elevare a modello di società i soliti furbetti, tele-igienici, blasonati, presentattori, calciatori, veline, politici, solo perché bronzei rappresentanti della nostra decadenza post-industriale prima del tracollo di borsa, stile, giudiziario, per poi divertirci nelle pubbliche piazze della gogna?
Sarà l'ora che la si smetta di additare il capro espiatorio delle nostre più sfrenate ambizioni pre e di tutta la nostra indignazione post?
Ultimo ma non ultimo, c'era proprio bisogno di scomodare il povero Enzo Tortora e la sua tristissima storia?
Lo spot dei sottacetini, suonava le note di Turna a Surriento, ogni ulteriore commento è maestosamente superfluo.

Quando una materia è complessa, nel nostro paese nessuno si prende l'onere di spiegarla, si preferisce procedere per slogan.
Quello più utilizzato nelle dichiarazioni dei leader, per gli spot televisivi, nei dibattiti è la riduzione del numero dei parlamentari.
175 in meno, che nell'immaginario collettivo populistico si traduce immediatamente nell'immagine di una strage di acari da materasso.
E' triste osservare un politico che si entusiasma nel richiedere un voto che affermi la sua pubblica inutilità.
Forse è per questo che tutti si dimenticano di dire che se vincesse il "SI", la norma entrerebbe in vigore nel 2016.
Per allora, la maggioranza uscente inserirà nel decreto per le Olimpiadi la contro-riforma costituzionale che reinvierà il codicillo ai mondiali di calcio del 2018, quando Luciano Moggi sarà già stato eletto presidente della Repubblica.
foto by melissa22
Conservo una certa perplessità nei confronti dell'iniziativa radicale del grande satyagraha per la legalità.
Non discuto il metodo ma la tempistica, in un momento nel quale si sta formando il consenso propedeutico alla discussione parlamentare sull'amministia e per la questione degli 8 senatori eletti e colpevolmente estromessi dalla camera alta, avrei preferito attendere lo sviluppo degli eventi.
Tuttavia, visto l'oscuramento mediatico, ritengo che si debbano intraprendere tutte le forme d'iniziativa possibili.
Insomma per farla breve, il sottoscritto aderisce e salta i pasti fino a domani.
Signor Presidente della Camera, colleghe e colleghi deputati,
a seguito delle dichiarazioni rese il 1° giugno 2006 dall’onorevole Giovanardi su di me e sulla mia storia personale e politica, desidero offrire questo mio contributo di conoscenza, che ritengo utile anche al fine di un più generale dibattito sulla giustizia, la civiltà del diritto e il senso della pena nel nostro ordinamento.
Sono stato uno di Prima Linea, trenta anni fa. Accetto che si dica ancora oggi di me: un “terrorista di Prima Linea”, mi rifiuto però di credere che qualcuno pensi davvero che sia il termine giusto, vero o esatto per dire, non solo quello che sono io oggi, ma anche quello che sono stato ieri. La mia identità politica e la mia lotta degli anni Settanta possono forse essere approssimate alle idee “libertarie” (il che non vuol dire: nonviolente) di un anarchico dell’Ottocento, non certo assimilate al terrorista suicida e omicida degli anni Duemila.
Insieme ai miei compagni, ero cresciuto con l’idea che fosse possibile cambiare il mondo, tutto e subito. Subivamo l’effetto di una sorte di frenesia: dopo i volantinaggi alle 6 di mattina davanti alle fabbriche, le proteste organizzate nella mensa degli studenti, i comitati di lotta nei quartieri popolari, pensavamo che fosse a portata di mano la realizzazione del paradiso in terra. Ritenemmo la lotta armata come mezzo necessario per accelerarne l’avvento o, comunque, verificarne la probabilità. Una sorta di “demone della verifica” ci ha spinto all’azione estrema e irreparabile. continua...
Di tipetti alla Giovanardi, il nostro paese è pieno zeppo.
Li trovate alle code degli uffici mentre maledicono chiunque abbia parvenza forestiera, nei tavolini dei bar, quando rovesciano tutte le loro frustrazioni sull'ambulante troppo insistente, a passeggio sono quelli che commentano le gonne troppo corte, le acconciature più estreme. Condividono un'idea di ordine che potremmo collocare tra il nazismo ed il socialismo reale, stalinisticamente, se non riescono ad impedire la circolazione di un'idea, agiscono direttamente sull'ideatore, distruggendolo. Sono quelli che a sentir parlare di amnistia s'incazzano come biscie, perché a loro la multa del SUV è toccata pagarla per intero e gli hanno messo il cassonetto dei rifiuti troppo lontano da casa, proprio a loro, dopo tutti i gerani sul balcone.
Giustizialisti, forcaioli da stadio li vedi illuminarsi solo quando raccontano agli amici i marciapiedi di Montecarlo, come la Svizzera, ma di lusso.
Loro, che non hanno mai sbagliato, che quella volta hanno rispedito la mail del ragazzino leucemico a tutti i colleghi, che hanno amato tanto e lo stesso, sono stati lasciati.
Quelli del mondo in bianco & nero, preoccupati solo di non poter impedire agli altri tutto quello che loro, non riescono a comprendere.
Eppure, un ruolo l'hanno anche loro.
Sono a ricordarci che democrazia e tolleranza, non sono obiettivi, ma esercizi.